Al Milan è tempo di rivoluzioni: quella di Allegri è la prima testa a cadere

Per la quinta volta nei 28 anni di gestione Berlusconi il Milan esonera un allenatore a stagione ancora in corso. Era successo a Liedholm, Tabarez, Zaccheroni e Terim. Ora è toccato a Max Allegri che se ne va dopo tre anni e mezzo. Una gestione tutt’altro che fallimentare nonostante quello che viene detto e scritto dalla maggioranza dei tifosi rossoneri. Lo scudetto del primo anno è stato un grande successo, perché ha chiuso l’egemonia dei cugini dell’Inter e perché in fondo è stato il secondo tricolore del Milan negli ultimi 15 anni, mica una cosa così scontata. Poi sono arrivati un secondo posto doloroso ma tutt’altro che da buttare (dietro una Juventus che si sarebbe poi confermata squadra di altissimo livello) e un terzo posto che vale come una Champions, considerata la rivoluzione estiva che lo ha preceduto.

Quest’anno certo è stato un fallimento e l’esonero è giusto, addirittura lo possiamo considerare tardivo. La squadra fa gli stessi errori di inizio stagione, soprattutto di concentrazione e il tecnico livornese ha le sue brave colpe anche nella scelta di alcuni interpreti. In aveva annunciato il suo addio alla fine della stagione: particolare importante per una squadra che in questa stagione non ha più molto da dire e che deve pensare già a impostare la prossima.

Probabilmente non doveva iniziare nemmeno il suo quarto mandato, perché sfiduciato dalla proprietà (anche se difeso da Galliani) e da un ambiente che in fondo non lo ha mai amato per il suo carattere non certo brillante e per la sua eloquenza difficoltosa (eufemismo). Paga per aver sposato la causa di certi giocatori muscolari al posto di quelli tecnici (a partire da Ronaldinho) e per aver contribuito al rinnovamento totale della rosa a scapito anche di alcuni totem, datati,  Nesta, Gattuso, Inzaghi, Seedorf e soprattutto Pirlo (l’unico ex veramente rimpianto).

Allegri ha attraversato, con dignità e senza far ricorso ad alibi, la crisi economica e societaria più dura dell’era Berlusconi che ha portato cessioni importanti e acquisti non certo di nome. Bisogna dargliene atto ma quest’anno non è riuscito a dare un’identità e un cuore a una squadra migliorata rispetto all’anno scorso sotto il profilo tecnico ma peggiorata nettamente tatticamente e di personalità.

Serviva una scossa per la squadra, per la società e soprattutto per dei tifosi depressi. Si è scelto a quanto sembra di puntare su una scommessa assoluta, come Clarence Seedorf. Non ha esperienza come allenatore e questo spaventa molti milanisti a caccia di certezze e soprattutto di risurrezioni immediate. Però l’olandese ha avuto l’imprimatur direttamente dal presidente come toccò per esempio a Capello. Un vantaggio mica da ridere per un debuttante assoluto che ha bisogno di fiducia e, crediamo, di tanta pazienza.

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