Cleveland campione! Il basket ai piedi di LeBron

I Cavs guidati ancora dal loro Re compiono l’impresa del secolo. Gli Warriors dei record battuti in gara 7 sul loro campo. Il Prescelto non trattiene le lacrime: ora è davvero leggenda

di Francesco Federico

Suona la sirena finale del 93 a 89 di gara 7, l’ultima battaglia di una lunga guerra vinta dai Cavs. Cleveland è campione Nba per la prima volta nella sua storia e finalmente quella tensione accumulata per due settimane può sciogliersi nel modo più naturale possibile, come mostra immediatamente LeBron James. Il Re a terra in ginocchio, stremato e piangente. L’immagine simbolo della serie e probabilmente della sua carriera, diranno tra qualche anno. La commozione è sulla faccia di tutti: piange JR Smith in campo e coach Tyronne Lue in panchina. Sono lacrime di liberazione, di chi sa di aver compiuto qualcosa di irripetibile, di chi si è tolto dalla schiena un peso non quantificabile con le unità di misura convenzionali. Una scena identica a quella di Michael Jordan steso a terra dopo il quarto titolo nel 1996, quello del ritorno dopo il ritiro e dedicato al padre assassinato qualche anno prima. Air non ha mai giocato una gara 7, le finali tendeva a chiuderle al massimo alla sesta gara. Ma i suoi Bulls erano sempre favoriti, mica come “The mistake on the lake” come viene ironicamente soprannominata Cleveland, una specie di barzelletta della Nba.

E’ un titolo che potremmo paragonare nel calcio a quello del Napoli di Maradona per certi versi. A vincere è sempre la squadra più forte ma i Cavs non hanno mai goduto dei pronostici di nessuno. Logico visto che affrontavano la miglior squadra offensiva di sempre numeri e storia alla mano. Quella delle 73 vittorie su 82 partite in stagione, dell’Mvp unanime Curry, la squadra che da ottobre a maggio ha incantato ogni parquet d’America e cambiato il concetto di dominio in questo gioco. Una supremazia che ha fatto credere che non potesse esserci nemmeno il pensiero di un epilogo diverso. Neppure quelli dell’Ohio probabilmente credevano nell’impresa, hanno iniziato a farlo solo al termine di gara 6. E’ lì che hanno capito definitivamente che la macchina si era davvero inceppata e che il tentativo ormai si poteva fare, persino sul loro campo. Già, perché tra i tanti record di questa serie per i Cavs c’è anche il merito di aver ribaltato dal 3-1 al 4-3 queste finali e di aver vinto l’ultima partita addirittura in trasferta, cosa riuscita solo ai Washington Bullets di Elvin Hayes, corsari a Seattle nel 1978.

LeBron da leggenda

Il Prescelto questa volta non ha deluso e si è ripreso lo scettro di numero 1. Terzo titolo in carriera dopo quelli vinti a Miami nel 2012 e nel 2013, e il primo della sua Cleveland, il motivo per cui era tornato a casa. La sua ossessione era vincere a tutti i costi qui dove era nato. Dove nessuno a livello sportivo vinceva qualcosa dagli anni Sessanta, basket, rugby o baseball che sia. Solo questo avrebbe messo a tacere per sempre i suoi detrattori, pronti a metterlo alla gogna anche quest’anno se avesse fallito ancora al momento decisivo. Quel titolo di MVP delle Finals non rende l’idea di cosa abbia fatto, praticamente tutto. Ogni azione dei Cavs è passata dalle sue mani, ha tenuto spesso la squadra letteralmente da solo contro i campioni in carica, sicuri che nessuno avrebbe impedito loro di bissare il titolo. La differenza con Curry si è vista abbondantemente al di là dei suoi numeri fantascientifici. L’Mvp unanime è stato lui solo a tratti, messo in difficoltà a livello fisico e mentale ha mostrato di avere dei limiti che nessuno credeva potesse avere. Contro la difesa Cavs è stato costretto a pensare in più quel tanto che basta per farlo spesso forzare da lontanissimo. Non è stato leader e questo ha influito sul gioco degli Warriors e sull’atteggiamento dei compagni. A metterlo fuori partita sono stati anche i falli e qualche fischio di troppo che il talento di Davidson non ha gradito in gara 5 e 6. Se ne parlerà ancora. Sta di fatto che Golden State ha provato a trovare degli adattamenti potendo contare su rotazioni più lunghe ma non c’è stato nulla da fare. Tantissimo Green ma attorno poco. Poco Curry, poco Thompson, poco da tutti gli altri. Livingston è stato l’unico a giocare forse con la giusta leggerezza mentale ma Kerr non si è fidato di lui nella volata finale. I limiti James invece li ha spazzati via partita dopo partita. Il Re ha disputato una serie finale diversa rispetto al 2015 dove aveva impressionato con i numeri ma aveva pagato il fatto di essere troppo solo. Nella rivincita di quest’anno e con la squadra al completo è stato più efficiente a livello offensivo (29,7 punti di media contro i 35,4 dell’anno scorso ma tirando il 49% rispetto al 40% di un anno fa) e non ha fatto mancare tutto il resto ossia assist (8.9), rimbalzi (11.3), recuperi (2.6), stoppate (2,3), intensità e strapotere atletico. Le sue giocate hanno steso i californiani dal punto di vista fisico prima che tecnico. In gara 6 ha segnato e assistito gli ultimi 30 punti della sua squadra, ha giocato ai limiti della tripla doppia ogni partita. Da gara 5 in avanti si è letteralmente seduto sul trono e ha innalzato il livello portandolo a una altezza non raggiungibile da nessun altro. Un bel modo per rifarsi in un colpo solo di tutte le critiche. Il suo vero limite, probabilmente, erano i troppi fantasmi nella testa. Parliamo di un ragazzo comunque sensibile, alieno sul campo da basket ma con le fragilità e le debolezze fuori, come ogni essere umano. Nelle ultime tre partite ha davvero messo via ogni pensiero, pensando solo alla sua squadra. Non ha voluto fare uno contro tutti ma ha capito che l’anello passava da come sarebbe riuscito a tenere in partita i compagni, non solo sè stesso. La maturità che arriva a 31 anni.

Il Re che piange steso a terra dovrebbe davvero commuovere tutti. E’ un’immagine fortissima da un punto di vista sportivo e semiotico; dentro c’è davvero tutta la carriera di James, il grande giocatore che si rialza dopo essere caduto e ritorna sul tetto del mondo: una storia sportiva come meglio non si può nella cultura americana.

A pochi giorni dalla morte di Muhammad Alì il mondo dello sport, afroamericano e non, ha trovato il suo degno erede.

 

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