Così lascia un campione

di Francesco Federico

L’addio al basket di Kobe Bryant a Hollywood è meglio di un film. 60 punti e l’America si inchina.

Quarto periodo, 1′ 54” al termine. Los Angeles Lakers 88 Utah Jazz 96 recita il tabellone dello Staples Center. Kobe Bryant ansima, soffre e si trascina per il campo. Dubbio amletico per coach Byron Scott, che guarda nervoso il trainer dei gialloviola Gary Vitty.”Ne ha fatti 49, toglilo, si sta distruggendo”, qualcuno urla. Ma niente da fare. “Decide lui, è la sua ultima partita. E la vuole vincere a ogni costo”. Tavola apparecchiata. 9-0 di parziale Kobe, che la vince da solo. L’uomo che non aveva più di 10-12 minuti di utilizzo resterà in campo 42 minuti su 48 per 60 punti totali. Tirando 50 volte. Nessuno aveva mai segnato così tanto nel giorno dell’addio, nessuno ne aveva mai messi 60 a quell’età. Non ha pietà per nessuno, nemmeno per sè stesso. Il fisico è straziato, muscoli e tendini sono lacerati da 20 anni di chilometraggio Nba vissuti sempre alla stessa intensità. Non dovrebbe nemmeno giocare. I ventimila dello Staples urlano “We want Kobe!” incessantemente dalla palla a due. C’è chi non riesce a crederci, chi piange, chi sorride e si guarda intorno quasi a dire “Davvero pensavate che non sarebbe finita così…?”.

600 chilometri più a nord , a San Francisco, i campioni in carica dei Golden State Warriors hanno appena vinto la partita numero 73 in stagione riscrivendo la Storia della Lega. Non fa rumore nè in California nè negli altri 49 stati dell’Unione: gli occhi dell’America sono tutti su Downtown.

Più che una festa. L’ultima partita è andata oltre le previsioni, è stato un vero e proprio film la cui sceneggiatura è sfuggita di mano persino ad Hollywood. A godersi The last show non manca nessuno, da Jack Nicholson a Jay Z, da Spike Lee a Snoop Dogg, fino a Taylor Swift. C’è l’amico-nemico Shaquille O’Neal, nelle prime file si vedono gli ex compagni Gary Payton, Rick Fox, Devean George e un ossequiosissimo Magic Johnson, suo padre spirituale. L’Italia è rappresentata da Alex Del Piero, con cui c’è una grande amicizia. C’è chi ha speso oltre ventimila dollari per esserci. Ogni cosa appare esagerata, anche per chi vive di esagerazioni.

Il vecchio campione lo sa e ripaga tutti con uno spettacolo senza eguali, andando oltre ogni limite. Sbaglia i primi tiri ma è un diesel. Canestro su canestro è in doppia cifra nel primo quarto.Dopo 20 minuti arriva a 28. Si va avanti. The Black Mamba vuole stare in campo tanto, come ai bei tempi, fregandosene dei medici. Quei minuti li vuole tutti, anche a costo di uscire su una sedia a rotelle. Gli dei del basket stanno dalla sua e gli fanno chiudere una carriera come meglio non si può. 30, 40, poi la quota 50 punti. I Jazz non hanno niente da perdere ma nessun tiro è regalato, Kobe i canestri se li deve comunque sudare. I punti 57 e 58 valgono il sorpasso a 30 secondi dalla fine. Un arresto e tiro dalla media elegante, pulito, uguale ai diecimila che ha messo in carriera. Gli ultimi due arrivano dalla lunetta. 60. E’ dal 30 novembre (giorno dell’annuncio del suo ritiro) che ogni partita è un tributo, ogni trasferta in giro per l’America una passerella continua. Nemmeno a Jordan avevano riservato un trattamento simile nel 2004 ma a Kobe non basta, vuole di più. Non si è accontentato nemmeno oggi, ci voleva un record dei suoi. L’ennesimo. A fine gara sorride, saluta il pubblico in festa, ringrazia. “E’ strano pensare che sia stata l’ultima volta ma lo è. Mamba Out”, ammette parlando al microfono dal centro del campo. Un eroe, una leggenda, probabilmente la prima vera icona sportiva che dà l’addio nell’era dei social sfruttando il potere dei social. Fine di un’era iniziata nel 1996, si volta pagina. “LA is my lady, she is always there for me…“, cantava Frank Sinatra. E Kobe Bryant sarà sempre parte di lei.

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