Giustizia sportiva e cori discriminatori: il calcio italiano si sta auto-distruggendo

“Ma scusate dico io, eh… Ma usiamola questa cosa. Creiamo un manipolo di eroi che prima di partite importanti s’infiltra nelle tifoserie altrui per fargli squalificare le curve. Ad esempio. La domenica prima del derby di ritorno si segue la lazio e si strilla di tutto contro i negri, balotelli, i froci, i napoletani, i comunisti, boh che ne so… Cerchiamo proprio gli ispettori e gli strilliamo ‘Ebrei della Figc al forno raus!!!”

Un tifoso della Roma, che ho trovato nel mio consueto navigare tra i forum delle tifoserie di calcio, ha espresso senza volerlo uno dei pericoli che può produrre la decisione della Federcalcio, su spinta della Uefa, di applicare con fermezza l‘articolo 11 del codice di giustizia sportiva che recita: “Costituisce comportamento discriminatorio, sanzionabile quale illecito disciplinare, ogni condotta che, direttamente o indirettamente, comporti offesa, denigrazione o insulto per motivi di razza,colore, religione, lingua, sesso, nazionalità, origine territoriale o etnica, ovvero configuri propaganda ideologica vietata dalla legge o comunque inneggiante a comportamenti discriminatori”.

Quello che dovrebbe essere una giusta battaglia contro il razzismo e le discriminazioni si sta trasformando in un’arma data in mano agli ultrà per tenere sotto schiaffo i tifosi normali e le società.
Basta un coro intonato da poche centinaia di persone per chiudere un settore o uno stadio intero facendo pagare prima gli abbonati (che non si abboneranno più) e di riflesso le società. Il tutto senza individuare i colpevoli.
L’ultimo caso riguarda il Milan che dovrà disputare un match a porte chiuse per cori ritenuti, dalla procura federale, di discriminazione territoriale (“noi non siamo napoletani”) di una piccola parte della sua tifoserie in trasferta allo Juventus Stadium. Per 872 tifosi ben identificabili fanno pagare 30 mila persone – che a Torino manco c’erano – in possesso di un abbonamento stagionale per il Milan o di un biglietto per la sfida all’Udinese.

Oltre tutto siamo anche costretti a sentire l’urlo degli ultrà di tutta Italia che si sentono parte lesa. La curva sud rossonera ha subito pubblicato un comunicato sul suo che inizia dicendo: “Benvenuti nel Paese dove la goliardia e lo sfotto’ sono motivo di sanzioni che limitano la libertà“. E che finisce con un avvertimento: “L’arma per sconfiggere il nemico, ce la fornisce il nemico stesso“.

La curva nord dell’Inter, solidale ai cugini, ha chiesto alle tifoserie più calde di coalizzarsi per “Chiudere gli stadi”. Per non parlare degli ultrà napoletani che si sono auto-insultati per testimoniare vicinanza con i milanisti.
Insomma un delirio provocato da una norma non troppo intelligente del codice di giustizia sportiva, applicata in maniera altrettanto demenziale dal giudice sportivo.

Tessere del tifoso e amenità simili a cosa sono servite? Ogni persona che va allo stadio dovrebbe essere identificata e identificabile e invece, a quanto pare, non lo è. Mancano i controlli? Non so cosa dire. Di sicuro non possono pagare tutti gli altri tifosi, che già per ottenere un biglietto per una partita fanno una trafila più lunga di quella che serve per ottenere un passaporto. E una volta in  possesso del tagliando, hanno un posto in uno stadio fatiscente con partite che non si sa quando si giochino (tra posticipi, anticipi e spostamenti vari) e in condizioni climatiche da “Noi uomini duri”: alle 15 d’estate, alle 20.45 in pieno inverno.

Il cliente/tifoso dovrebbe essere sacro invece è trattato come un male necessario da allontanare in qualsiasi modo. Continuando così nessuno andrà allo stadio e tutti saranno davanti alla tv a vedere uno spettacolo sempre più freddo. Così si firmerà l’autodistruzione – almeno in Italia – di quello che molti consideravano il gioco più bello del mondo

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