Gli U2 cedono alla nostalgia (And I Feel Fine)

Di @niccobo

E’ il nuovo cambio di pelle o i più maligni potrebbero chiamarla l’ennesima giravolta degli  U2. I quattro dublinesi – come tutti ormai sanno – hanno annunciato che quest’estate saranno in tour per celebrare il trentennale di “The Joshua Tree”, l’album capolavoro del 1987 che li trasformò in superstar globali. I Nostri saranno anche in Italia, per due date allo Stadio Olimpico di Roma il 15 e 16 luglio. I biglietti sono subito volati via, con la consueta polemica e gli immancabili ricorsi del Codacons sull’impossibilità di accaparrarsi i tagliandi, finiti poche ore dopo sui siti di secondary ticketing, una parola che suona meglio di bagarinaggio legalizzato, ma di quello si tratta.
Stupisce a prima vista che gli U2 cedano a una delle tante operazioni nostalgia in voga negli ultimi anni nel rock, che vedono artisti ormai in fase calante dal punto di vista creativo celebrare con edizioni deluxe e tour un loro album classico e amato dai fan, in occasione di un anniversario dall’uscita. Un’operazione simbolo di un’epoca ormai segnata dalla Retromania, l’ossessione per il passato dell’attuale cultura pop teorizzata magistralmente dal critico inglese Simon Reynolds nel suo omonimo libro.

 

 

Gli U2 sono un gruppo che ha sempre guardato avanti – come sostenuto da Bono come un mantra – cercando di reinventarsi; a volte riuscendoci, a volte meno. Azzardata sulla carta, ma alla prova dei fatti vincente, fu la svolta noise – elettronica – ironica – sexy e sopra le righe, con palchi mastodontici e ipertecnologici dei primi anni ’90 di “Acthung Baby” e dello “Zoo Tv Tour”. Un cambiamento spiegato da loro stessi – con una motivazione che in questi giorni a posteriori fa inevitabilmente sorridere – come il tentativo di “abbattere il Joshua Tree” e la loro immagine epica e messianica degli anni ’80. Il tutto indossando delle maschere ma senza smarrire la loro identità. Convinse meno invece il ritorno dopo la sbornia glam-elettronica dei nineties a suoni più classici e rock nel 2000 con “All That You Can Leave Behind”, album fortunato commercialmente dopo le vendite non esaltanti (per l’epoca) di “Pop” ma debole artisticamente.

In ogni caso gli U2 hanno sempre seguito la lezione del maestro del camaleontismo David Bowie, una delle influenze principali della band e di Bono in particolare. E soprattutto la band irlandese ha sempre voluto restare rilevante all’interno della cultura pop, raccontando con suoni, parole, strategie di marketing, campagne politico-sociali e show sempre contemporanei tutte le epoche che hanno attraversato. Un obiettivo quasi sempre raggiunto, anche quando i dischi non erano all’altezza delle loro ambizioni, sopperendo con concerti sempre superiori e innovativi rispetto a quelli di altri artisti in circolazione, anche più giovani e più ispirati musicalmente in quelle fasi.

 

 

Ma perché gli U2 hanno deciso di imbarcarsi in questa operazione quando il nuovo album “Songs of Experience”,  séguito di “Songs Of Innocence”, era praticamente finito e la prosecuzione di “Innocence+Experience Tour” era già in cantiere? La risposta in una sola parola l’hanno data loro in varie interviste: Trump. Il disco che avevano scritto non era abbastanza in sintonia con i tempi, con tutto quello che è successo dalla Brexit all’elezione del tycoon repubblicano, insomma il trionfo del populismo e il rifiuto da parte delle masse popolari delle idee progressiste e globaliste. E paradossalmente lo è di più “The Joshua Tree”, secondo Bono, The Edge e Adam Clayton (Larry Mullen – come sempre – non ha parlato). Un disco che raccontava l’America di Reagan e la Gran Bretagna della Thatcher, le loro politiche liberiste, le interferenze e le guerre sporche finanziate da Washington in Centro America e la lotta dei minatori inglesi contro la Lady di Ferro, come ha spiegato il bassista degli U2 in una lunga intervista con Rolling Stone, sottolineando come il The Joshua Tree Tour 2017 sia l’occasione per riflettere in pubblico sull’attualità dei valori liberal in cui la band ha sempre creduto, messi in crisi dal nuovo vento che spira sulle due sponde dell’Atlantico.

Quell’album naturalmente era molto di più: una raccolta di canzoni semplicemente perfetta e una fotografia a fuoco di quell’epoca, era il viaggio verso l’America terra promessa della libertà, del rock’n’roll, del blues e del soul filtrati con la sensibilità europea e new wave degli U2 e dei loro produttori Eno e Lanois, era il deserto come luogo fisico e mentale, la lezione del New Journalism di Norman Mailer e Truman Capote, la Bibbia come primaria ispirazione lirica di Bono e il fanatismo religioso dei predicatori tv Usa, il grido di dolore dignitoso delle madre dei desaparecidos argentini e la Dublino incattivita dalla violenza e dall’eroina. “Non è nostalgia”, chiariscono anche The Edge e Bono, che non negano però come la mossa sia inusuale per gli U2, assicurando che si tratterà di un evento unico, che andava fatto per celebrare un disco speciale per la band e per i fan.

“Ho cominciato a pensare che il passato sia un posto meritevole di una visita anche se solo fugace”, ammette Bono con riferimento all’ultimo disco del gruppo “Songs Of Innocence”, che dal punto di vista delle liriche è un viaggio a ritroso nella Dublino di fine anni ’70, una riflessione sugli inizi della band, sulle motivazioni che stavano dietro la nascita di un gruppo con scarsa abilità tecnica ma con un’idea musicale già ben chiara e un’ambizione che li avrebbero portati dalla periferia depressa dell’Impero britannico alla cima del mondo e un omaggio agli artisti che li ispirarono come Bowie, i Clash e i Ramones.  Ed è proprio lì il germe del “The Joshua Tree Tour 2017”, l’ammissione che un tuffo nel passato non è più un tabù per gli U2, seppur attualizzato come riflessione sul trumpismo e punto da mettere per ripartire alla ricerca di nuove strade.
Il verdetto sulla bontà dell’operazione a questo punto lo darà il palco e queste probabilmente sono solo pippe da giornalista musicale. Il fan che è in me, pur perplesso, non può che gioire all’idea di rivedere quel tour e risentire dal vivo quelle canzoni, che da 17enne mi fecero scoppiare la testa e il cuore ai due show a cui ebbi la fortuna di assistere nel 1987 a Modena e a Cork, quando il rock e gli U2 erano semplicemente tutto.

 

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