Il Nobel a Bob Dylan, un premio che divide il web

Di @niccobo

Bob Dylan ha vinto il Nobel per la Letteratura. Fantastico, io sono un fan di Zimmy e poi vuol dire che il rock viene considerato Cultura con la c maiuscola. Però. Ci sono un paio di però, anche se non voglio ammorbarvi con il dibattito divampato sul web se sia giusto o meno.

I testi di Dylan hanno un’ indubbia qualità letteraria, ma sono testi che prendono vita e hanno un senso con la musica. Il colpo di batteria e gli accordi di organo Hammond che introducono i primi versi di “Like a Rolling Stone” sono tutto. Creano un’atmosfera per quel “Once upon a time you dressed so fine”, che poi si dipana in quella che è una delle canzoni più belle di sempre (La più bella? Sicuramente la più bella ballata rock).

 

Ho detto canzoni, giusto? Perché Dylan scrive canzoni, fatte di parole e musica. E quelle liriche senza quelle note restano un grande testo ma non sono la stessa cosa, non ti immettono in quel mondo che Dylan sa creare. Quell’insieme che ha fatto scoppiare la testa a un Bruce Springsteen 15enne quando sentì quel pezzo in macchina, insieme a sua madre. “Elvis ha liberato il nostro corpo, Bob ha liberato la nostra mente”, ha spiegato il Boss, uno che a questo punto lo meriterebbe anche lui il Nobel per la letteratura, per certi versi più di Dylan, se parliamo di capacità narrativa. Lo Springsteen degli anni ’70 ha scritto canzoni come New York City Serenade, Incident on 57th Street, Lost in the Flood, Meeting Across The River, Born to Run, Jungleland, che sono delle vere e proprie short stories, delle sceneggiature urbane pronte per un film alla Scorsese, o come quelle di Nebraska che sono praticamente già dei noir ambientati nell’America profonda mentre Dylan ha creato un universo fatto di personaggi bizzarri, un mondo immaginifico e felliniano, o meglio dylaniano, ma senza tempo, pur essendo figlio della tradizione folk americana e delle protest songs, in particolare nella sua fase acustica.

 

 

Ed è qui forse il grande equivoco del premio dell’accademia reale di Svezia; non si capisce bene quali siano i criteri per cui venga assegnato, in particolare negli anni più recenti. Tanto che un gigante della letteratura americana come Philiph Roth, solo per dirne uno, non l’ha mai vinto mentre è andato, con tutto il rispetto, a oscure giornaliste bielorusse o improbabili saggiste austriache . Il nome di Dylan circolava da qualche anno tra i papabili ed è evidente come la scelta sia un tentativo, forse un po’ fuori tempo massimo, di svecchiare il premio e renderlo più pop ma con un nome che nella testa della giuria rappresenta un “cantante impegnato”. Etichetta che Dylan, come si sa refrattario al mito di sé stesso, ha fatto di tutto per scrollarsi di dosso già dalla metà degli anni ’60. E quello che non quadra poi è anche questo: il rock’n’roll non ha bisogno necessariamente di testi impegnati per avere una sua dignità artistica, sebbene Dylan abbia liberato le menti di una generazione, aperto quelle di chi è venuto dopo e fatto compiere al rock un balzo in avanti decisivo. Parole come “Tutti frutti, oh rutti Wop bop a loo bop a lop ba ba!” nel loro nonsense dicono già tutto, accompagnate dalla forza primordiale e dalla sensualità dirompente di Little Richard nell’America bigotta degli anni ’50. E allora complimenti Bob, ma non prenderti troppo sul serio, non ne hai bisogno. Hai già cambiato il mondo, non c’era bisogno dell’Accademia reale di Svezia per saperlo.

 

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