Tim Duncan, il dominatore silenzioso

Di Francesco Federico

Tra i numeri della carriera di Tim Duncan ce n’è uno che secondo me fa più paura degli altri e rappresenta il Manifesto della sua grandezza: 70,1. Ovvero la percentuale di vittorie dei suoi San Antonio Spurs con lui in campo, la migliore di sempre in tutte le leghe sportive americane (NBA, NFL, NHL e MLB). Su 1392 partite disputate Duncan ne ha vinte mille. E se in molti se ne sono accorti solo quando si è ritirato è perché tutto è avvenuto in silenzio, come è da sempre nello stile del caraibico.

The Big Fundamental ha dominato la lega più competitiva del mondo senza mai far troppo rumore, sempre con la faccia di chi si trovava lì quasi per caso. A differenza di Kobe Bryant, l’unico che forse ha segnato quanto lui gli ultimi 20 anni di Nba per impatto e longevità, Duncan non ha mai voluto stare sotto la luce dei riflettori. Persino quando lo scorso 18 dicembre l’AT&T Center di San Antonio lo ha celebrato ritirando la sua maglia numero 21. TD era seduto ad ascoltare i ricordi di coach Popovich (il suo unico allenatore Nba) e degli ex compagni come se non si stesse parlando di lui. “Ho parlato per più di 30 secondi…”, ha detto sorridendo ai tifosi texani durante il suo discorso.

Ha avuto parole belle per tutti ma la verità è che non si conta la sfilza di persone che ha fatto contente. Prendete il suo ex compagno David Robinson, oro olimpico a Barcellona e ad Atlanta, uno dei più grandi giocatori della storia Nba. Negli anni Novanta cerca in tutti i modi di vincere ma ai playoff il cammino degli Spurs viene interrotto sistematicamente dai Phoenix Suns di Charles Barkley, dagli Houston Rockets di Hakeem Olajuwon e dagli Utah Jazz del duo Stockton-Malone. La carriera di “The Admiral” cambia nel 1997, quando gli Speroni scelgono al draft il 21enne da Wake Forest che gioca a basket perché un uragano ha distrutto la sua casa con piscina (sognava di diventare nuotatore, vale sempre la pena ricordarlo). In soli due anni il ragazzo delle Isole Vergini trasforma i neroargento del 32enne Robinson in una squadra vincente, portandola al titolo nel 1999 e nel 2003. Con lui si prendono soddisfazioni in quegli anni altri grandi giocatori non esattamente “vincenti” come Every Johnson, Sean Elliot, Steve Smith, Malik Rose, Stephen Jackson.

Duncan è il punto di riferimento di una squadra che cambierà pelle negli anni giocando però sempre una pallacanestro di sistema che prescinde da chi c’è in campo. Se inizialmente lo Spurs System si fondava sull’asse tecnico tattico Duncan-Robinson (le cosiddette Twin Towers) dal 2003 in avanti saranno gli Spurs di Duncan, Ginobili e Parker. Il caraibico, l’argentino esploso in Italia e il franco-belga diventeranno il trio più forte di sempre ai playoff. Quattro i titoli vinti assieme oltre a quello sfuggito all’ultimo nel 2013 contro Miami, l’unica finale persa in carriera dal talento di Saint Croix.

Ala/Pivot di 2 metri e 11 centimetri efficace anche lontano da canestro, Tim Duncan ha elevato il concetto di power forward portandolo alla perfezione. Un’eccellenza giustificata dai suoi 19 punti e quasi 11 rimbalzi di media di una carriera infinita in cui è stato decisivo però anche e soprattutto difensivamente. Tra i riconoscimenti del 2 volte MVP del campionato ci sono infatti anche le otto partecipazioni al miglior quintetto difensivo Nba. I suoi tempi perfetti di aiuto e recupero senza commettere fallo sono piccoli dettagli che mi fecero innamorare di lui. La dinastia Spurs ha messo fine al regno dei Lakers di Shaq e Kobe a inizio anni Duemila, rovinato il back to back ai Pistons di Billups e degli Wallace, impedito le Finals ai Suns di Nash e D’Antoni, procurato dolori alle squadre di LeBron James.

Tim Duncan ha migliorato e completato ogni compagno di reparto, Da Kevin Willis a Glenn Robinson, da Rasho Nesterovic a Fabricio Oberto, fino a Thiago Splitter a Ayron Baynes, tutta gente che mai probabilmente avrebbe vinto senza di lui. Essendo della sua generazione ho visto nascere e morire cestisticamente Tim Duncan; ricordo bene le sue prime Finals del 1999 (ero ancora al Liceo…), i duelli epici con Kevin Garnett e Shaquille O’Neal, i suoi ombrelli difensivi, la tecnica a rimbalzo, le schiacciate senza saltare e gli innumerevoli appoggi all’amico tabellone, di cui conosceva a memoria gli angoli come un giocatore di biliardo.

Due le prestazioni che voglio citare su tutte: la prima è la decisiva gara 6 di finale 2003 contro i Nets, quando sfiorò una clamorosa quadrupla doppia da 21 punti, 20 rimbalzi, 10 assist e 8 stoppate. La seconda è dieci anni più tardi, sempre gara 6 di finale ma contro Miami (quella vinta dagli Heat ai supplementari grazie al miracolo di Ray Allen dall’angolo). Gli Spurs perderanno partita e serie ma in quella gara Duncan chiuderà con 30 e 17 dopo un primo tempo stoico da 25 punti e 9/10 al tiro, in cui ha tenuto a galla i suoi praticamente da solo. A pochi giorni da suo 37esimo compleanno. Tanto per darvi un’idea del personaggio: lui la considera come una delle pagine più brutte della sua carriera.

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